IL SIGNORE E’ VICINO HA CHI HA IL CUORE FERITO

Non più tardi di due domeniche fa, una mia carissima amica assisteva ad una delle celebrazione domenicali nel Convento Francescano delle Grazie a Monza – la città in cui vivo – e sconcertata, mi raccontava dell’ ennesima omelia contro separati, divorziati e conviventi; dove lo ‘zelante’ e ‘caritatevole’ frate, descriveva tali situazioni ‘opera del demonio’ e di conseguenza separati e divorziati: indemoniati!
Anch’io vivo la ‘condizione’ di separato e non mi sento ne indemoniato ne tanto meno un ‘diverso’.
Forse, il reverendo frate ha qualcosa da ‘farsi perdonare’ e non riuscendo a trovare pace per se stesso – preferisce non pensare ad offrirsi quel perdono che ‘rinnova’ e rende caritatevoli – si scaglia contro i fratelli in difficoltà, utilizzando pulpito e confessionale come strumenti per lanciare anatemi e giudizi, creando sconcerto e turbamento in chi già è provato da un esperienza così triste.
Ad un trentennio dalle crociate sul divorzio, nella Chiesa rimangono sacerdoti che continuano imperterriti la loro crociata ed altri che cambiando atteggiamento sono divenuti più ‘accoglienti’ e comprensivi nei confronti delle persone che vivono queste difficoltà: così è la lettera del mio Vescovo, il Card. Dionigi Tettamanzi.
Io l’ho letta e posso dire che sono ventitre bellissime pagine, dove veramente ‘sperimenti la tenerezza di Dio’.
Pagine scritte con il cuore e con un umanità sorprendenti agli sposi «in situazione di separazione, divorzio o nuova unione». Per dire a quelli che hanno «il cuore ferito» che la Chiesa e la comunità cristiana hanno riguardo del loro «travaglio umano»,  per dire che la fine del matrimonio «è anche per la Chiesa motivo di sofferenza e fonte di interrogativi pesanti» ma che non può essere motivo di esclusione. «Anche la Chiesa sa – scrive ad un certo punto Tettamanzi – che in certi casi non solo è lecito ma può essere addirittura inevitabile prendere la decisione di una separazione: per difendere la dignità delle persone, per evitare traumi più profondi, per custodire la grandezza del matrimonio, che non può trasformarsi in un’insostenibile trafila di reciproche asprezze».
«NON SIETE ESTRANEI» – Parole di conforto dunque per separati e divorziati «sorelle e fratelli amati e desiderati», che dalla Chiesa non sono guardati «come estranei che hanno mancato a un patto» dal momento che la comunità cristiana «si sente partecipe delle domande» che «toccano intimamente» queste persone. E infatti nella lettera Tettamanzi si rivolge anche a quanti «hanno fatto esperienza di qualche durezza nel rapporto con la realtà ecclesiale» e a queste persone in particolare il cardinale esprime il suo «dispiacere».
«FIGLI PROTAGONISTI INNOCENTI» – Tettamanzi avverte come necessario non «prendere decisioni affrettate» ma soprattutto dedica un passaggio ai bambini (e anche ai figli più grandi) che «sono spesso tra i protagonisti innocenti ma non meno coinvolti»: «Voglio raccomandare a tutti i genitori separati di non rendere la vita dei loro figli più difficile, privandoli della presenza e della giusta stima dell’altro genitore e delle famiglie di origine». Ma il porporato pone anche la domanda su che spazio c’è nella Chiesa per gli sposi che vivono la separazione, il divorzio e una nuova unione. E risponde che è per obbedienza alla parola di Gesù («il legame sponsale tra un uomo e una donna è indissolubile>) che la Chiesa «ritiene impossibile la celebrazione sacramentale di un secondo matrimonio dopo che è stato interrotto il primo legame sponsale» così come è impossibile «accedere alla comunione eucaristica».
«NON ALLONTANATEVI» - Ma «la norma della Chiesa non esprime un giudizio sul valore affettivo e sulla qualità della relazione che unisce i divorziati risposati. Il fatto che spesso queste relazioni siano vissute con senso di responsabilità e con amore nella coppia e verso i figli è una realtà che non sfugge alla Chiesa e ai suoi pastori»; insomma non c’è «un giudizio sulle persone e sul loro vissuto». La norma sull’accesso alla comunione, ricorda, non si riferisce ai coniugi separati nè a chi «ha dovuto subire ingiustamente il divorzio ma considera il matrimonio celebrato religiosamente come l’unico della propria vita». Però tutti possono partecipare alla vita della Chiesa, alla celebrazione eucaristica pur senza la comunione. E, anzi, chiude con un’esortazione: «chiedo a voi, sposi divorziati risposati, di non allontanarvi dalla vita di fede e dalla vita di Chiesa». (fonte: www.corriere.it)
Caro Frate, non siamo indemoniati o dei diversi, non vogliamo essere emarginati ma al contrario, abbiamo bisogno del vostro esempio di ‘carità’ per continuare a testimoniare la fede in Cristo e nella Chiesa: abbiamo bisogno di essere accolti e non allontanati.
In vita mia, mi è capitato molto spesso di incontrare nelle Chiese le persone più insospettate,  che – con ammirevole regolarità e ad orari tranquilli – entravano e se ne stavano in raccoglimento, magari in una delle cappelle laterali.
Alcune erano prostitute, c’era addirittura qualche gay, lesbica, viados e avevano aspetto, look e visi riconoscibilissimi.
Proprio in quel momento ho imparato cosa accade nel corso di una giornata normale dentro una qualsiasi Chiesa, cioè quanti percorsi ha la Grazia per irrompere anche nel silenzio delle coscienze di quelli apparentemente più lontani e capii che proprio in virtù di questa azione nascosta e misteriosa della Grazia; la Chiesa è un mistero molto più grande e insondabile di tutti i tentativi di codificarlo.
Trovo siano una benedizione e un segno tutte le volte che un pubblico peccatore – come tale apparentemente condannato anche dalla Chiesa – trova nel cuore la forza di cercare proprio lì dentro la consolazione, l’amicizia di Cristo, la sapienza della Parola. E’ una prova che Dio c’è, ed ha il volto della Divina Misericordia.

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